
Arte o estro?
Il mio professore di storia e filosofia del liceo diceva sempre che non basta filosofare per essere un filosofo, né cantare per essere un cantante, né scrivere per essere uno scrittore. Quanto aveva ragione! Questo vale soprattutto nella nostra epoca, in cui basta postare un video su YouTube per potersi definire un “artista”, uno specialista in qualcosa, un teologo, un intellettuale, e per tante, troppe categorie di persone! Oggi, infatti, si confonde il concetto di “arte” con quello di “estro” (o meglio, con un’estensione di quest’ultimo termine).
Che cos’è l’arte?
Secondo l’Enciclopedia Treccani, l’arte è “in senso lato, capacità di agire e di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, e quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati”; ma anche il “complesso di regole necessarie a condurre una serie di operazioni, a svolgere un’attività artistica, o inerenti a una data disciplina”.
Per l’antica concezione classica, greco-romana in particolare, l’arte si identifica con una professione, in quanto richiede una pratica manuale in vista della produzione o della fabbricazione di un oggetto. In greco, infatti, arte si dice τέχνη (techne) e questa parola presuppone una tecnica, una pratica che permette di acquisire, o meglio di affinare, una certa abilità al fine di produrre qualcosa di bello e di buono. L’artista greco era, in pratica, un “tecnico”, una persona che aveva mestiere, altamente specializzata, ma che, prima di mettersi “all’opera”, doveva invocare, a seconda dell’arte cui si dedicava, una delle nove Muse della τέχνη: Calliope, musa dell’eloquenza e della poesia epica o eroica (canto narrativo); Clio, della storia (epica); Erato, della poesia lirico-amorosa (canto amatorio); Euterpe, della musica; Melpomene, della tragedia; Polimnia, dei canti sacri e della poesia sacra (inni); Thalia, della commedia e della poesia bucolica; Tersicore, della danza e della poesia corale; Urania, dell’astronomia, della poesia didattica e delle scienze esatte.
Come si vede, nell’antica Grecia un artista doveva possedere non solo una grande abilità, che poteva avere per natura ma che era stata certamente perfezionata e affinata in anni di pratica, ma anche il genio (è questo il senso di votarsi alla Musa e invocarla) o, come diremmo oggi, usando un termine di derivazione cristiana, il talento. L’abilità tecnica non poteva esistere senza il genio, senza il dono contemplativo e metafisico che faceva sì che ciò che l’artista produceva non fosse un mero oggetto funzionale, bensì qualcosa che elevava l’uomo alla dignità divina. Allo stesso tempo, il genio e il talento non potevano contemplarsi senza l’abilità tecnica, la capacità di produrre qualcosa secondo regole precise (si pensi, ad esempio, agli anni di studio e di pratica necessari perché un musicista possa essere definito tale. E non solo: per musicista non intendiamo uno strimpellatore, ma un professionista, qualcuno che ha fatto della musica la sua professione e che non smette mai di formarsi, studiare, approfondire: uno studio che dura tutta la vita! E lo stesso vale, ovviamente, per un pittore, uno scultore, uno scrittore, un poeta, ecc.). Difatti, come abbiamo indicato citando la definizione di arte della Treccani, un’opera d’arte, per essere definita tale, deve rispettare una serie di precetti e regole.
L’estro: genio o “estroversione”?
Passiamo allora al termine “estro”. In tempi più antichi, lo stesso termine designava quel “genio”, quel “talento”, quell’ispirazione divina e creativa (votarsi a una divinità ed esserne ispirati, se non “posseduti”) che era alla base della produzione artistica, musicale, letteraria insieme alle competenze tecniche. Oggi, purtroppo, quella stessa ispirazione può essere scambiata con un’indole estroversa, a volte capricciosa, più tipica di un arruffapopoli che di un artista, un arruffapopoli peraltro non dotato di particolari doti e capacità artistiche. Infatti, in passato l’artista era colui che era capace di produrre qualcosa in modo superbo (sia per le proprie doti naturali e professionali che per quell’ispirazione divina che rendeva la sua opera soprannaturale) al fine di “far esprimere” i suoi simili, cioè per comunicare loro qualcosa di insito nella stessa natura di questi ultimi in quanto esseri umani, nonché per indurli a trovare in se stessi quel qualcosa di universale che li elevava al rango di esseri divini. Oggi, invece, l’artista (soprattutto dopo la dissociazione della filosofia dalle altre scienze e arti e la crescente introspezione a cui è sottoposto l’individuo contemporaneo, esistenzialmente “dissociato” dal resto dell’umanità) può essere confuso con chi produce bestseller (libri, dischi, video, film); con chi fa parlare di sé e vuole esprimersi (senza peraltro avere molto da esprimere); con chi non ha più estro nel senso antico del termine, ma è semplicemente un estroverso, uno stravagante, un personaggio. È il caso, ad esempio, dei cosiddetti influencer e di tutta quella parte di mondo che vuole imporre la propria personalità senza avere “né arte né parte”.
Il modo attuale di concepire l’artista, quindi, è alquanto fuorviante, perché in realtà non sempre – anzi, sempre più raramente – fa riferimento a chi è un professionista navigato in quello che fa, seppur dotato di una particolare genialità, bensì al dilettante, a qualcuno che “si diletta” nell’arte, a qualcuno che magari avrà pure un certo gusto artistico, una certa sensibilità o anche la capacità di vendere prodotti associati all’arte ma che non è affatto un artista.
Non usiamo, infatti, troppo spesso e a sproposito, l’espressione “Che artista!”?

La grande scrittrice americana Flannery O’Connor (1925-1964), famosa per i suoi commenti taglienti, soleva dire, a proposito della scrittura e degli scrittori di narrativa:
L’’idea di fare lo scrittore alletta un bel po’ di inconcludenti, coloro che sono solo gravati da sentimenti poetici o afflitti da sensibilità.
Ars gratia artis
Ars gratia artis (ricordo ancora un’interrogazione di latino, al liceo, in cui mi fu chiesto dal professore di comporre una frase con causa o gratia e il genitivo) è un’espressione latina che si può tradurre: “l’arte per l’arte”; o anche: “l’arte solo per l’arte”. S’intendeva affermare che la vera arte è fine a se stessa, e cioè che ha come unico fine quello estetico, la bellezza pura e disinteressata, e non ne ha altri, come potrebbero essere quelli morali, politici, sociali, religiosi, ecc. (fine etico).
Questa stessa espressione rappresenta uno dei canoni dell’estetismo, ben espresso da un aforisma di uno dei suoi esponenti principali, Oscar Wilde (ne Il ritratto di Dorian Gray):
Non esistono libri morali o immorali. Ci sono solo libri scritti bene o libri scritti male – questo è tutto.
Dalla frase latina in questione possono scaturire due diverse interpretazioni: da un lato, quella individualista e romantica, che vede come presupposto fondamentale l’assoluta libertà dell’artista, in opposizione, tra l’altro, al realismo, inteso come mimesi, imitazione della natura (un artista, secondo tale concezione, non deve essere un mero “riproduttore” della natura, ma apportarvi la propria interpretazione, facendo prevalere, nella sua opera, la propria soggettività e le proprie emozioni, come facevano gli impressionisti); dall’altro, l’interpretazione “non utilitaristica”, cioè quella dell’arte come fenomeno puro e disinteressato, non funzionale e non utilitaristico. Questa seconda interpretazione si ricollega non solo al concetto di finalità esclusivamente estetica dell’arte (già citato in precedenza), ma anche allo scopo e al modo di vivere di un artista, del tutto libero e autonomo rispetto alle istituzioni, al mercato, alle mode e ai criteri di vendita tradizionali (“Chi sono? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo!”, canta Rodolfo ne La Bohème di Giacomo Puccini).

È assodato, quindi, che in ogni caso il fine dell’arte, fin dall’antichità, è la bellezza, e quindi l’arte tout court. Potremmo parafrasare quello che la stessa Flannery O’Connor diceva a proposito della letteratura e della narrativa, pur riferendoci anche ad altri tipi di arte. Se uno scrittore, affermava la O’Connor, intende, nello scrivere un romanzo, solo parlare di fenomeni sociali o religiosi, dovrebbe produrre un trattato di sociologia o di religione, non un’opera di narrativa. Essendo anch’io, nel mio piccolo, uno scrittore di narrativa, posso fornire alcuni esempi pratici – e grotteschi – di quanto appena menzionato.
Il mio secondo romanzo aveva come protagonista una donna piemontese dal carattere piuttosto aspro e sgradevole. Ebbene, tra le case editrici che l’hanno rifiutato ce n’è stata una, piemontese, il cui responsabile ha spiegato di non poterla pubblicare proprio per il carattere della protagonista che avrebbe potuto offendere i lettori piemontesi (evidentemente tutti i piemontesi, senza eccezioni, hanno un temperamento affabile e bonario e ciò avrebbe reso loro impossibile identificarsi con una donna dalle maniere così urtanti!).
Altro esempio. Terzo romanzo: la storia di un foreign fighter italiano, un ragazzo romano che si converte all’islam e va a combattere come jihadista in Siria. Ebbene, una casa editrice di orientamento cattolico ha rifiutato di pubblicare l’opera perché le potenziali lettrici sarebbero rimaste scioccate per via della visione degradante della donna e di alcune scene piuttosto crude, specie quelle relative alle violenze (non solo sessuali) subite dai civili e dalle civili durante la guerra in Siria, come descritte nel romanzo.
In questo caso, la responsabile editoriale della casa editrice ha suggerito che un narratore dovrebbe “distogliere pudicamente lo sguardo” da certe scene. Ebbene, questo è esattamente ciò che un narratore non dovrebbe fare (anche se, ovviamente, la violenza e l’erotismo fini a se stessi sono l’estremo opposto di quanto stiamo descrivendo). Innanzitutto, ho chiesto all’editore (senza ottenere risposta) quale edificante visione femminile queste potenziali lettrici si aspettino da un jihadista islamista e se siano consapevoli di quanto accaduto a tante, troppe donne, ragazze e bambine a poche migliaia di chilometri dai loro salotti (e non solo: basta considerare i tanti episodi di violenza contro le donne in Occidente per capire quanto ancora sia dura a morire una certa visione della donna anche nelle nostre società). Inoltre, ho replicato che una delle regole fondamentali della letteratura è proprio la coerenza narrativa: se un personaggio, ad esempio, non è pudico di per sé, per carattere, provenienza sociale o culturale, ecc., l’autore non può imporgli il proprio pudore o i propri valori morali; e se poi, alla fine, diventa pudico, o coraggioso, o altruista o qualunque altra cosa, è solo attraverso una serie di scelte ed eventi che modificano la sua indole in modo coerente e credibile, non attraverso trucchi, artifici e inganni che prendono in giro il lettore (come direbbe Raymond Carver).
Altri esempi che potrei fornire sono quelli relativi a certe produzioni letterarie, televisive e cinematografiche: personaggi (insisto: intendo personaggi) di colore in contesti storici e geografici in cui non dovrebbero esserlo; omosessuali e transessuali inseriti a forza in una narrazione (che si tratti di un romanzo, una serie televisiva o un film) con l’unico scopo di combattere l’omofobia (obiettivo nobilissimo, per carità, ma sono l’educazione e l’istruzione a dover combattere il razzismo o l’omofobia, non l’arte); l’erotismo che diventa protagonista assoluto di una storia (più importante ancora dei personaggi stessi) per sdoganare la “sessuofobia” o alcuni valori considerati retrogradi o eccessivamente tradizionali.
Nei casi citati le motivazioni alla base della scelta di pubblicare o produrre un’opera letteraria, cinematografica o televisiva sono molteplici (morali, amorali, immorali a seconda delle visioni): indottrinare; catechizzare; promuovere la fede e i valori cristiani, da un lato, o fare il contrario, dall’altro; lottare contro la discriminazione; vendere (e questa è la motivazione principale). Il criterio e il fine, dunque, è etico, sociale, economico, non certo estetico.
Il territorio del diavolo
In un articolo che ho scritto qualche anno fa, dedicato al grande scrittore Eugenio Corti, ho accennato al fatto che, nelle antiche tribù germaniche, il cantastorie era chiamato “bern hard“, cioè “coraggioso con gli orsi” (da cui il nome Bernardo) perché scacciava gli orsi e teneva lontani i pericoli materiali e spirituali dal villaggio. Il cantastorie era anche lo sciamano della tribù, il depositario delle arti magiche e dello spirito collettivo della comunità, in pratica il custode dell’umanità (con tutto ciò che questo termine intende) delle persone, che aveva il compito di proteggere e incoraggiare, cui era tenuto a dare speranza e le cui tradizioni era incaricato di tramandare. Diceva Kierkegaard:
Ci sono uomini il cui destino deve essere sacrificato per gli altri, in un modo o nell’altro, per esprimere un’idea, ed io con la mia croce particolare fui uno di questi.
Per ricollegarmi a quanto detto all’inizio, e usando la scrittura come esempio di arte in generale, citerò ancora una volta Flannery O’Connor:
Tra le persone apparentemente interessate a scrivere, ben poche sono interessate a scrivere bene. A loro interessa pubblicare qualcosa, e se possibile fare un ‘colpaccio’; essere uno scrittore, non scrivere; vedere il proprio nome in cima a qualcosa di stampato, non importa cosa.
Al contrario, essere un artista, essere uno scrittore è entrare in “un territorio in gran parte posseduto dal diavolo” (come il cacciatore di orsi), cioè l’esistenza umana, in cui però è presente l’azione della grazia. La O’Connor aggiunge:
Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale i capelli cadono spesso e i denti si cariano. Sono sempre irritata dalle persone che insinuano che scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È un tuffo nella realtà ed è molto scioccante per il sistema.
In conclusione, per citare ancora la grande Flannery O’Connor:
Arte è una parola davanti alla quale la gente batte subito in ritirata, perché troppo altisonante. Ma io, per arte, intendo semplicemente scrivere qualcosa che sia dotato in sé di valore e di efficacia. Base dell’arte è la verità, nella sostanza come nella forma. Chi nella propria opera persegue l’arte, persegue la verità.
E lo fa, aggiungerei, nel rispetto del destinatario dell’opera d’arte, della sua intelligenza, della sua dignità. L’artista è un “professionista con genio” (non un influencer, non un dilettante, non una persona solo particolarmente sensibile o estroversa o malinconica o altro) che ha la pretesa di dire al suo pubblico:
Non voglio insegnarvi nulla o indottrinarvi, non voglio catechizzarvi o istruirvi, non voglio parlarvi di me stesso o limitarmi a esprimere me stesso o le mie emozioni. Il mio scopo è parlarvi di voi, della vostra essenza, della vostra umanità e della vostra natura chiamata a essere divina e a elevarvi oltre l’orizzonte di una vita puramente animale.
E tutto questo non ha nulla a che fare né con la confessione religiosa, né con i criteri di vendita, né con il professare un’ideologia piuttosto che un’altra. Ha a che fare, invece, con l’essere umani.
L’artista è un uomo. È l’uomo per eccellenza.
Homo sum. Humani nihil a me alienum puto.

